India. La pace è solo dentro di noi

India ragazzaHo letto parecchi racconti sull’India, amato alcuni libri che me l’hanno descritta e fatta conoscere, ma nulla poteva prepararmi veramente a questo viaggio.

 

Ci tengo a precisare che ciò che leggerete è il frutto della mia personale esperienza, delle mie impressioni e riflessioni, quindi le mie parole non hanno la presunzione di descrivervi la ‘verità’e non vanno prese come ‘oro colato’. Sembra una banale introduzione, ma vi prego di cercare di farvi sempre un’idea tutta vostra delle cose, senza nel frattempo perdere la sete per la lettura e lo studio.

 

Questa è la mia idea sull’India, quella che mi sono fatto visitando questo lontano e misterioso Paese 🙂

 

India ElefantePerché questo viaggio in India? A volte nella vita ci si trova a un punto di svolta, se ne ha proprio la sensazione. Questa cosa può avvenire anche innumerevoli volte nel corso di un’esistenza. Si sa che non si può tornare indietro e si è proiettati in avanti con tutte le energie.
Essendoci ritagliati del tempo da dedicare a noi stessi, ci siamo chiesti come poterlo investire nel migliore dei modi per farne davvero tesoro. Il nostro amore e interesse per le spezie, per le piante aromatiche e medicinali ci avevano fatto entrare più volte in contatto con l’Ayurveda. All’inizio non gli abbiamo dato molta importanza, ma l’argomento si continuava a presentare curiosamente in modo sistematico e abbiamo pensato di approfondirlo e studiarlo più seriamente. Abbiamo visto nell’Ayurveda una correlazione profonda con ciò che stiamo facendo e con quello che siamo proiettati a fare.

India musica

 Abbiamo cominciato a cercare online seminari e corsi nelle vicinanze e poi ci siamo domandati: “Se ce ne andassimo in India a fare un corso?”. Fatte le prime ricerche e i calcoli economici di rito, abbiamo capito che ciò che inizialmente sembrava una pazzia, non solo in realtà era fattibile, ma in qualche modo conveniente e ovviamente super intrigante.
Dopo l’esperienza in Costa Rica e il trasferimento a Tenerife, non avevamo ancora pensato a un Viaggio (di quelli con la V maiuscola) e l’idea di investire il nostro tempo in questo modo ci ha subito stimolato.
 
Quindi una volta trovato il corso più adatto a ciò che volevamo e definiti pochi dettagli, abbiamo deciso di andare nell’India del Nord per circa un mese e mezzo, così da avere il tempo sia per studiare, sia per esplorare un po’ quell’angolo di mondo.
Il tempo che ci separava dalla data di partenza era abbastanza breve ed è passato molto velocemente, stranamente non ci siamo dedicati allo studio al limite del maniacale della meta, e abbiamo deciso di prendere questo viaggio così come si era presentato, con serenità e facendoci trasportare dagli eventi.
Personalmente non mi sono preparato affatto, se non con qualche lettura, e mi sono avvicinato a questa esperienza senza aspettative e aperto a ciò che poteva succedere.
India DharamshalaIl viaggio in aereo da Tenerife a Dharamshala dove ci aspettavamo per il corso di Ayurveda è stato molto lungo, i 4 voli attraversando 3 fusi orari ci hanno fatto ovviamente perdere il senso dello spazio/tempo.
Nel piccolissimo aeroporto di Dharamshala, contornato dalle montagne, abbiamo fatto il primo incontro con i ‘famosi’ tassisti indiani che ci hanno fatto penare per tutta la durata del viaggio. Dopo estenuanti trattative per poter pagare un prezzo giusto e onesto per arrivare a destinazione, abbiamo deciso di prendere un autobus locale.
Saliti su questa vecchia scatola di latta con le ruote marchiata TATA, abbiamo messo giù gli zaini sotto gli occhi incuriositi degli altri passeggeri. Sorrisi stanchi e risposte educate alle loro domande “da dove venite?”, “dove andate?”, fino a quando una ragazza ci dice che dobbiamo scendere alla stessa fermata e si offre gentilmente per accompagnarci fino alla clinica dove si tiene il corso.

India Dharamshala 2

Finalmente arrivati a destinazione! La clinica è molto piccola, immersa in un contesto locale (proprio come volevamo e come piace a noi). Si trova fuori dalle zone turistiche e lì intorno si vedono solo campi e casette. Durante la nostra permanenza ci accorgiamo piacevolmente di come la maggior parte dei pazienti siano locali. Anche i medici che lavorano lì e che tengono il corso lo sono, e ci spiegano che in molte zone più turistiche le cliniche ayurvediche siano ormai solo un attrattivo per turisti che cercano trattamenti (come fossero delle normali spa) e che durante la bassa stagione addirittura chiudano.
Il corso si rivela ancora più interessante del previsto e si svolge in un ambiente molto familiare e piacevole, le lezioni teoriche di medicina naturale si alternano con sessioni di pratica dei massaggi e con lezioni di cucina ayurvedica.
È bellissimo parlare di piante, erbe e spezie in questi termini, è proprio vero che Madre Natura ci da tutto ciò di cui abbiamo bisogno, bisognerebbe solo cambiare il nostro modo di vedere la medicina.
Tra una lezione e l’altra ci concediamo delle belle passeggiate ed è durante queste che facciamo il nostro primo contatto (soft) con il traffico indiano. In un posto che potrebbe essere così sereno, le auto e i motorini sfrecciano senza senso cercando di schivare le persone, le mucche, le scimmie, i cani e quant’altro si trovi a condividere la carreggiata con loro. Restiamo impressionati dal loro modo di utilizzare il clacson: se vedono muoversi qualcosa lo suonano, fanno una curva lo suonano, se qualcuno davanti a loro è più lento lo suonano come se così facendo questo possa dissolversi e scomparire. Insomma, sembra di camminare per strada durante i festeggiamenti per la vittoria della nazionale ai mondiali, mentre tutti sono in preda all’isteria collettiva. Non essendo abituati, i nostri cuori battono a mille. In più, le tantissime auto vecchie e malridotte emettono gas di scarico molto pesanti e nonostante tentiamo in qualche modo di coprirci il naso e la bocca, ogni volta che usciamo torniamo in clinica con la gola secca e arrossata.
India Tea GardenEsplorando bene la zona scopriamo una strada poco frequentata che si addentra nel bosco e che dopo 4km ci conduce a un Tea Garden (una coltivazione di tè). È molto più piacevole passeggiare qui e ci torneremo spesso anche per ammirare la distesa di piante da tè che ondeggiano verdi sulle colline. Un cartello ci comunica la marca del tè e il fatto che sia una coltivazione biologica. Un giorno incontriamo le donne intente nella raccolta delle foglie, sotto l’occhio vigile di alcuni uomini. Insieme a loro un numeroso gruppo di bambini, che cercano di passare il tempo giocando in mezzo alla strada con il poco che hanno. Da come sono vestiti, vedendo le baracche dove vivono poco fuori dalla fabbrica e le loro condizioni di lavoro, intuiamo subito che appartengono alla quarta casta, la più povera, quella dei così detti ‘intoccabili’. Inizio a fare delle foto, fin quando non si avvicina minaccioso uno degli uomini che mi intima di smettere.
Questa situazione mi lascia pensare. Questo tè India Tea Garden Lavorosarà venduto principalmente all’estero, presumibilmente in Europa e negli Stati Uniti, con una bella confezione con su la foto delle verdi colline di Dharamshala e con il certificato di agricoltura biologica. Qualcuno ignaro del lavoro, dello sfruttamento e del circolo di povertà alimentato da questa marca, lo comprerà. Credo che non possa esserci Biologico senza Fair Trade. Non ha alcun senso il rispetto dell’ambiente e della salute del consumatore, senza il rispetto per le persone che lavorano nella produzione di un prodotto.
Non si può più permettere questo, dobbiamo tutti avere tutti gli occhi aperti e non alimentare questo circolo vizioso creatore di povertà. Penso a quanti altri prodotti biologici e non vengano fatti in Asia (ma anche in altre parte del mondo non poi così lontane) in chissà quali condizioni per i lavoratori, e mi sento responsabile ogni volta che davanti a uno scaffale faccio una scelta.
Perché quell’uomo non voleva che facessi foto? Gli sembravo un giornalista forse? Beh sicuramente chi non ha nulla da nascondere non si preoccuperebbe di un ragazzo che fa un paio di foto, anzi.
I giorni alla clinica passano veloci, il corso è intenso e interessante. Rimango colpito da un giovane ragazzo indiano che viene ospitato dai dottori e che si occupa di noi quando non c’è lezione, avvisandoci quando sono pronti i pasti, portandoci l’acqua e preoccupandosi che tutto fosse al suo posto. Educatissimo, simpatico e con una profonda umiltà che mi scioglie. Nonostante gli avessi ripetuto il mio nome già un’infinità di volte, si ostinava a chiamarmi Sir e questa riverenza e questo distacco non mi piacevano proprio. Solo dopo che anche io ho iniziato a rivolgermi a lui come Sir, si è deciso a chiamarmi prima friend, poi brother. Il suo inglese è molto stentato, ma è piacevole stare insieme a lui che divertito ascolta le poche parole che ho imparato in hindi prima del viaggio, insomma in qualche modo ci capiamo tra una risata e l’altra. I medici lo hanno trovato in un paesino sperduto sull’Himalaya durante alcune visite e gli hanno offerto di andare con loro con la possibilità di studiare e imparare qualcosa. È nella clinica da qualche mese e non potrà tornare a casa fin quando non si scioglieranno le nevi nella stagione più calda e riapriranno le strade. È una bella lezione osservarlo.
India TibetSfruttiamo i giorni liberi per andare a visitare il villaggio Mcloadganj, residenza del Dalai Lama. Si trova a circa 40 minuti dalla clinica. Nel villaggio ci sono ovviamente più stranieri, richiamati dalla presenza del Dalai Lama. Per le strade piccole, rumorose e caotiche si vedono tantissimi tibetani, molti dei quali sono monaci.
I tibetani sono sorridenti, di animo gentile. Nei loro occhi però traspare la sofferenza della loro situazione: vivono come ospiti in una casa che non è loro, che non sentono appartenergli o meglio alla quale non si sentono appartenere. Nonostante questo hanno una dignità molto forte, ognuno di loro si da fare a modo suo, molto onestamente. Molti fanno i sarti (o le sarte), tanti vendono articoli della loro cultura in negozietti minuscoli o sulle bancarelle per strada, alcuni puliscono il tempio. Le donne camminano per strada con gli abiti tipici, belli, eleganti nella loro semplicità. Sempre con il sorriso, sempre con il mala tra le mani per contare le preghiere. Sono felice nel vedere che nessun tibetano (nessuno!) mendichi per strada.
India TappetiCi piace molto parlare con loro, un sarto che vende le sue semplici creazioni con l’etichetta “Made in India by Tibetan refugees”, ci racconta la storia dei suoi tre mesi a piedi per l’Himalaya per arrivare fino in India dal Tibet. Con un sospiro ci dice che lui è felice solo quando in villaggio è presente il Dalai Lama e che quando lui non c’è, tutto perde senso. Mi ha fatto un’enorme tenerezza e nel frattempo ho pensato a quanto questo popolo sia fortunato nell’avere una guida così carismatica e nell’aver trovato un Paese vicino disposto a dar loro asilo. È interessante vedere la convivenza pacifica di indiani e tibetani, di hindu e buddisti. Vedo anche molti indiani che lavorano per i tibetani. Sono in un Paese che viene definito del Terzo Mondo, ma prendo questa come una grande lezione pensando a quanto sta invece succedendo nella nostra modernissima e civilissima Europa. C’è molto da imparare e credo che non ci sia futuro per una società che costruisce muri e che fomenta divisioni e paura del diverso.
India fiumeIl complesso del Tempio del Dalai Lama è l’apoteosi della semplicità, moderno e funzionale ma senza sfarzi. Si sente solo una forte energia ed è bello vedere i monaci intenti nelle loro pratiche, spesso giocose.
Abbiamo deciso di trascorrere qualche giorno in un paesino poco più in alto che si chiama Bhagsu Nag, sembra un po’ pieno di freak scappati di casa e io mi sento profondamente diverso da loro, forse sarà solo il mio ego ma un posto con tanti stranieri mi fa sempre storcere  il naso. Comunque è un bel posto e l’Himalaya si sente ancora più vicina. Camminando pochi passi abbiamo raggiunto una meravigliosa cascata che fa da sfondo ai monaci che sotto il sole si spogliano per lavare nel torrente le loro vesti rosse e gialle che poi mettono ad asciugare sulle rocce piatte e lucenti. Sembra di guardare un quadro. Scendendo verso il ruscello mi accorgo che tra le pietre e in mezzo all’acqua cristallina c’è tantissima spazzatura. Davanti a questo scempio mi sento inerme e in qualche modo responsabile. Quasi mi viene da piangere e so che non sarà la bottiglia di plastica che abbiamo tirato fuori dall’acqua per buttarla in un cestino a cambiare la situazione.
India Triund HillDa qui parte un sentiero lungo una decina di chilometri che arriva in alto fino ai quasi 3000 metri di altezza del campo base di Triund Hill. Una volta arrangiato dove lasciare la maggior parte dei bagagli, prepariamo uno zaino per l’escursione e di buon ora ci incamminiamo. La salita è lenta e a tratti pesante ma i paesaggi sono maestosi. In circa 3 ore e mezza siamo su. Una meraviglia! Un altopiano fatto di prati e rocce, che scende a picco su una vallata e di fronte un bellissimo pezzettino di Himalaya innevata. Stare qui è come essere in prima fila a vedere questo spettacolo della natura, da una posizione super privilegiata.
Nel campo base ci sono diverse baracche che servono cibo, tè e che affittano tende e sacchi a pelo per chi volesse passare la notte. Noi ovviamente non perdiamo l’occasione, prendiamo ciò che serve e andiamo a montare la tenda in un posto un po’ più appartato, su un piccolo spiazzo. India Triund TendaLa giornata trascorre passeggiando, stanchi e felici, per il campo base e bevendo tè con zenzero e limone in queste baracche ‘tea shop’. Non c’è acqua corrente e loro devono andare ogni giorno fino in fondo alla valle per riempire dei bidoni per poter cucinare e preparare i tè. Per un attimo penso a come laveranno le tazze, le pentole e i piatti visto la fatica che fanno per portare su una decina di litri al giorno, poi mi convinco che forse è meglio non pensarci. Ovunque poggio lo sguardo, i miei occhi vedono l’immobile maestosità delle montagne e il volo dei corvi tra un albero e l’altro. Di fronte a tutto questo trovo stupido chiudere gli occhi mentre provo a meditare un po’.
India Triund seraQuando il sole va via si accendono dei piccoli falò per riscaldarsi dal brusco calo della temperatura, e quando la poca legna finisce decidiamo di andare a dormire in tenda. L’orologio dice che è presto ma fuori è buio pesto e noi siamo stanchi.
Fuori le stelle sembrano così vicine da poterle toccare, la loro luce è decisa e forte e la luna deve ancora sorgere. Dopo una veloce ripulita, così come siamo vestiti ci infiliamo nei sacchi a pelo nella nostra minuscola tenda.
La notte è lenta, scomoda e gelata. Io capisco che è meglio infilare bocca e naso dentro il sacco, perché se no mi si congela il respiro. Verso le 4 mi sveglio per l’ennesima volta, e in preda al freddo e alla scomodità, prego il Signore che faccia presto sorgere il sole. Dopo qualche ora alle prime luci dell’alba usciamo dalla tenda tutti imbacuccati. Il sole non è ancora uscito e le montagne di fronte a noi sono rosa, bellissime.
India Triund Silvia
Con la vista di questo ennesimo spettacolo offerto dalla Natura, dimentico in fretta la brutta nottata. Finalmente il sole spunta sublime da un lato della montagna e noi ci godiamo il suo primo raggio che ci riscalda e ci da energia. Mai nella mia vita avevo desiderato così tanto un’alba e quel giorno ho davvero salutato il sole come si fa con un amico che rivedi dopo tanto tempo.
India AmritsarDopo qualche giorno partiamo per Amritsar, una città nello stato del Punjab al confine con il Pakistan. Ogni volta che ci dobbiamo spostare tra taxi, bus, treno e tuk tuk è un parto! Dopo una faticosa giornata, arriviamo in treno alla stazione di Amritsar. Per arrivare in ostello prendiamo l’ennesimo tuk tuk (una vecchia Ape della Piaggio), che durante un lungo rettilineo rompe il motore. Tra il rumore assordante e il fumo bianco denso ci lascia praticamente in mezzo alla strada.
In qualche modo, aiutati dalla provvidenza, arriviamo in quella che sembra essere una città appena bombardata: tutto distrutto, macerie ovunque, pali della luce abbattuti e gettati per terra con tutti i cavi, polvere, terra e il solito traffico infernale. Chiediamo in giro e ci dicono che stanno facendo dei lavori di abbellimento. Invece però di procedere con logica, hanno pensato di radere al suolo mezza città. Non ci sono (ovviamente) altri turisti e ci sentiamo gli occhi di tutti puntati addosso. Per mimetizzarci decidiamo di vestirci da indiani: compriamo tutto e ci cambiamo. Io mi metto una classica kurta completamente bianca, Silvia si diverte invece con i colori. In effetti funziona, quelli che se ne accorgono ridono divertiti. Io rido perché sono vestito da indiano mentre tanti indiani vanno in giro in jeans (che bella metafora di come vanno le cose). In mezzo al folle delirio del traffico e della confusione, rido anche perché penso a chi va in India per cercare la pace pensando di poterla trovare in qualche posto, a chi va in India avendo un’idea distorta, idilliaca. La verità  secondo me è che se una cosa non è dentro, non è da nessun altra parte e capisco che forse l’India è solo una grande opportunità per testare la ‘tua’ pace.
India Golden Temple Toti Silvia
India Amritsar Golden TemplePercorrendo un paio di chilometri, in mezzo a quello che sembra un polverosissimo fiume in piena fatto di persone che camminano, auto, tuk tuk di ogni tipo e animali vari, arriviamo nel meraviglioso Tempio Dorato, il centro nevralgico della religione Sikh. Il contrasto che ho davanti non è facile da assimilare: dopo aver percorso una strada larga, brutta e sporca, il fiume umano mi spinge su questo spiazzo enorme di marmo bianco che è l’ingresso del Tempio. La follia e il disordine vengono bruscamente sostituiti da un’organizzazione impeccabile, dal senso del sacro e dal silenzio.
Prima di entrare si lasciano le scarpe in custodia consegnandole attraverso un apposito sportello in cambio di un gettone numerato. Scalzi si percorre un tappeto (il marmo bianco sotto il sole diventa caldissimo) fino alla porta d’ingresso dove attraversando delle piccole piscine ci si lava i piedi e poi, un volta coperto il capo, si entra.
Il Tempio Dorato (di oro vero!) si trova in mezzo a un laghetto artificiale accessibile da un solo ponte e si cammina tutto in torno in una specie di grande marciapiede. Il tempio è visitato in media da 100.000 persone al giorno, una marea di gente! Nonostante questo qui dentro si respira un’aria di grande pace e di sacralità.
India Golden Temple peopleCi fermiamo in un angolo a osservare le persone che si inginocchiano, pregano, si bagnano nell’acqua sacra del laghetto e fanno offerte sotto l’occhio vigile delle guardie in tunica gialla e con
la lancia in mano. La musica proveniente dal cuore tempio detta il ritmo di ogni cosa. All’interno del complesso si trova anche un’immensa e organizzatissima cucina che serve gratuitamente pasti a tutti (ricordo, in media 100.000 persone al giorno) non importa la religione, la casta il ceto sociale al quale si appartiene.
È  impressionante come tutto sia ordinato e la quantità di gente che ogni giorno viene sfamata. Bello, davvero bello!
Questo contrasto forte tra dentro e fuori dal Tempio Dorato mi sbalordisce e lascia perplesso.
Perché non portare questo senso del sacro, questo ordine, questo rispetto anche fuori, per strada?
Gli altoparlanti sparsi negli angoli della città diffondono la musica e le preghiere giorno e notte, ininterrottamente, anche in mezzo al traffico più pazzo. Per ripararci dal caldo e prenderci una pausa dalla confusione che regna nelle strade, entriamo in una Dhaba (una trattoria indiana). Il cameriere si avvicina per prendere l’ordine e mentre noi gli parliamo la bava gli cola sul nostro tavolo, poi scrive e come se nulla fosse successo, va via. Noi ci guardiamo e scoppiamo a ridere non riuscendo a credere ai nostri occhi.
India Rishikesh GangeDal confine con il Pakistan con 8 ore di treno raggiungiamo Rishikesh, a pochi chilometri da Haridwar considerato luogo sacro induista situato sulle sponde del Gange, dove gli indiani vanno a purificarsi.
Il fiume sacro percorre tutta la cittadina di Rishikesh ed è ancora relativamente pulito, essendo a soli 200km dalla sorgente.
Questo è il Posto per i praticanti di Yoga. È ricco di scuole, di maestri, di yogi e a ogni porta ti vengono offerte lezioni singole e corsi. Si fa molto in fretta a capire chi lo fa perché è un’opportunità commerciale e chi per vocazione.
Noi decidiamo di stare qualche giorno in un ashram per provare questa nuova esperienza e ce ne troviamo uno proprio come lo cerchiamo noi: con delle belle lezioni, un ambiente sano e piacevole e in una zona tranquilla. Insomma alla fine trascorriamo nell’ashram due settimane, eliminando dal nostro itinerario le tappe di Varanasi e Agra (troppo caldo, troppo stanchi).
India AshramDurante le permanenza a Rishikesh ho anche la possibilità di studiare sound healing con le campane tibetane insieme a Swami Shiva; un incontro molto profondo e intenso, forse il più bello del mio viaggio in India. Un personaggio pieno di gioia, di fede, speranza e amore. Partecipiamo anche a diversi satsang, e a uno di quelli conosciamo Swami Vijay, un seguace di Paramahansa Yogananda, con il quale torniamo più volte a chiacchierare e praticare.
I giorni e le lezioni passano velocemente e per due volte mi sale una febbre alta che mi tiene a letto una giornata intera e che poi passa velocemente durante la notte. Due volte! Dicono che è la pratica dello yoga che mi sta ‘ripulendo’…sarà 🙂
India Ashram Yoga

Durante i nostri giorni a Rishikesh abbiamo anche assistito al Ganga Aarti, la cerimonia della preghiera serale che si svolge sulla riva del fiume ogni sera. Eravamo veramente in mezzo a una grande folla di indiani! Poco prima del tramonto le persone iniziano a bagnarsi nella sacra acqua del fiume, lasciando galleggiare le loro offerte (fiori, riso, candele) all’interno di cestini di foglie portati via dalla corrente. In tanti accendono incensi e recitano preghiere. Una volta tramontato il sole, dei sacerdoti danno fuoco a grandi torce e accompagnati da canti e musica celebrano questa cerimonia con un trasporto e una sacralità molto emozionanti. Sono stati questi i momenti in cui ci siamo accorti veramente del perchè il Gange venga considerato il fiume sacro dell’India.

India Ganga Aarti
India New Delhi MarketPreparati nuovamente gli zaini prendiamo un “autobus extra lusso” per raggiungere New Delhi un paio di giorni prima del volo del ritorno. È un autobus stile anni ’80, semidistrutto, con una timida aria condizionata e l’autista appiccicato al clacson.
I giorni nella capitale sono bollenti con temperature fino ai 45°, mettere il naso fuori dall’ostello con quel caldo e con il traffico impazzito è una sfida per impavidi.
L’ostello ci offre un tour guidato del mercato storico e ovviamente non ce lo facciamo scappare. Grazie alla guida tutto fila liscio in mezzo al labirinto di vicoli e di negozietti. Passiamo anche attraverso al mercato delle spezie, colorato e con mille odori. In mezzo a un corridoio coperto e pieno di sacchi enormi di peperoncini rossi, le persone passano e starnutiscono a ripetizione, noi lo attraversiamo ed è come se ci facessero una dose di adrenalina e il cuore inizia a battere a mille, che strana sensazione.
India New Delhi 2Per le strade si vedono scene di tutti i tipi: gente che dorme sugli spartitraffico, famiglie che vivono in mezzo alla spazzatura, una donna in un angolo chiede l’elemosina tenendo in braccio un bimbo di neanche un anno con la testa fasciata e sporca di sangue. È davvero troppo per me, cosa potrei fare? In quale modo potrei aiutare davvero?
Avevamo posto questa domanda a Swami Vijay e la sua risposta è stata di fare sempre ciò che si sente dentro con amore ma di non preoccuparsi troppo perché in qualche modo siamo tutti nella strada per raggiungere Dio. Anche Swami Shiva mi rispose con qualcosa di simile, dicendomi che siamo tutti luce e che non c’è modo per sbagliarsi e non arrivare a Dio, è solo una questione di tempo e coscienza. Capisco profondamente il senso spirituale delle loro risposte ma resto convinto che umanamente la miseria sia uno stato mentale, una mancanza di autostima e speranza.
All’aeroporto di New Delhi entro in bagno e un signore che sarebbe potuto essere mio padre, intento nelle pulizie dei cessi, mi porge un pezzo di carta per asciugarmi le mani e poi mi chiede dei soldi guardandomi con i suoi occhi spenti. Questa ennesima scena di miseria mi fa venire il magone. Perché così tante persone non riescono nemmeno ad ambire a qualcosa di migliore, a cercare di migliorare la loro situazione? Sono certo che la miseria sia davvero una mancanza di educazione e di speranza, nel profondo forse una mancanza di fede.
Insomma, è stato un viaggio speciale, pieno di contraddizioni, pieno di domande. Molto diverso dai precedenti viaggi in Costa Rica dove mi sono sempre sentito a casa. Torno da questo viaggio forte di un’esperienza unica e di nuove conoscenze, e con un’idea più vera dell’India.
FRASI RICORRENTI IN INDIA:
1- Attenta alla cacca
2- Mamma che puzza
3- Che caldo!
India Toti e Silvia
di Toti Salemi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *